|
La denuncia dell'assessore Ganapini: non si
possono bruciare La replica dell'Impregilo: falso, è proprio una ecopalla |
||
|
di Daniela
De Crescenzo
NAPOLI (4 febbraio) - «Le balle di Giugliano e Villa
Literno non si possono bruciare perché Impregilo le ha date in garanzia
alle banche che gli hanno permesso di partecipare alla gara per il
ponte sullo stetto di Messina. E così va avanti la procedura di
infrazione avviata dall´Unione europea»-
L'accusa parte dall´assessore all´Ambiente della Regione Campania, Walter Ganapini. E la replica della società non si fa attendere: «Questa è una ecopalla», spiega il portavoce della società. Quello dei 6 milioni di ecoballe accatastati tra Giugliano e Villa Literno, è uno dei problemi ancora aperti dell´emergenza rifiuti. Una parte, meno di un milione, è di proprietà del commissariato di governo che ne sta smaltendo 500 tonnellate al giorno nel termovalorizzatore di Acerra; il resto appartiene alla Fibe (la società del gruppo Impregilo che ha costruito l´impianto) che fu autorizzata dall´allora commissario Antonio Bassolino a bruciarle dopo la costruzione dell´inceneritore. Una delle decisioni finite nel mirino della magistratura. I pm hanno anche indagato sulla composizione delle ecoballe e le hanno sequestrate come «corpo del reato». Ma non sono le difficoltà tecniche a impedire la soluzione del problema. «Io mi sono trovato in prossimità di definire una soluzione insieme ai sindaci dei due comuni interessati - dice Ganapini - avevo anche avanzato una proposta, ma mi sono dovuto bloccare perché le vecchie ecoballe non sono di fatto disponibili: 3 milioni sono sotto sequestro come corpo di reato e ho avuto la conferma che le altre sono state date da Impregilo in garanzia a un pool di banche che hanno elargito un finanziamento di 900 milioni di euro perché l´azienda potesse partecipare alla gara del Ponte sullo Stretto». Ma secondo Impregilo le cose non stanno così: «Noi non abbiamo mai dato le cosiddette ecoballe in garanzia per il ponte di Messina - dice il portavoce dell´impresa - Non so da dove possa essere uscita una notizia del genere. Abbiamo presentato per il Ponte di Messina, così come per tutte le altre gare che ci siamo aggiudicate, da Panama a Las Vegas, delle garanzie che si fondano sull´affidabilità e sulla solidità dell´azienda».
Il Mattino
|
pubblicato da AUTONOMAMENTE
Il Consiglio dei ministri, su proposta del
ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha deciso di
impugnare davanti alla Corte Costituzionale le leggi regionali di
Puglia, Basilicata e Campania che impediscono la costruzione di
centrali nucleari nei loro territori.
Siamo davanti ad un’altra presa di posizione del governo, che, ancora
una volta, tenta di scavalcare in tutto e per tutto gli enti
governativi regionali e locali.
Così è stato con la variante di Cannitello (pseudo primo cantiere del
ponte sullo stretto), con la privatizzazione delle acque, con la Tav,
con il termovalorizzatore di Acerra ed ora con le centrali nucleari.
Tutto questo per realizzare “l’ambizioso obiettivo” del governo di
produrre il 25% di energia dal nucleare per la quale servono 8-10
centrali operative da costruire entro il 2030.
A tale proposito è immediata la risposta di Nichi Vendola il quale
afferma che: “La Puglia sarà una Regione disobbediente: continueremo a
dire no al nucleare. […] La destra che finge di essere ambientalista a
Bari diventa ferocemente nemica dell’ambiente a Roma. Siamo davvero
alla caduta della maschera: in Consiglio regionale la destra vota a
favore della legge per la denuclearizzazione della Puglia, e oggi il
governo di destra impugna dinanzi alla Corte costituzionale quella
stessa legge. Noi saremo la Regione più disobbediente d’Italia e
continueremo a dire no al nucleare”.
Dichiarazioni altrettanto agguerrite e indignate arrivano da Vito De
Filippo, presidente della Basilicata, che ha dichiarato: “Faremo
rispettare il nostro territorio, la Basilicata ha il diritto di
esprimersi sul nucleare. Così il governo viene allo scoperto e conferma
la sua linea ispirata a un centralismo egoistico. Si sta censurando una
normativa regionale impiantata su una legittima aspirazione e sulla
convinzione di un intero territorio. E’ inconcepibile che il governo
possa pensare di realizzare impianti nucleari senza l’assenso della
regione interessata”. Antonio Bassolino, presidente della Campania,
afferma che “la produzione di energia è materia concorrente, quindi la
Campania rispetta i principi costituzionali”. Il governatore della
Campania si è dunque detto “fiducioso che la Corte terrà nel dovuto
conto i fondamenti giuridici contenuti nella nostra legge. Siamo
convinti di aver agito nel pieno rispetto delle norme costituzionali e
delle competenze attribuite allo Stato e alle Regioni”.
Ricordiamo ai lettori che attualmente ci sono 90.000 metri cubi di
rifiuti nucleari giacenti in una serie di depositi e nelle centrali
nucleari dismesse da smaltire, scaturiti dal precedente piano nucleare
statale, a cui nel 2025 si aggiungeranno altre 235 tonnellate di
ritorno dalla Francia.
Se in più di quarant’anni la successione di tutti i governi non è
riuscita a smaltire questi rifiuti, come è possibile pensare ad un
nuovo piano nucleare?
La dittatura statale si fa ancora sentire, indice che, in Italia, le cose vengono fatte sempre e comunque con la forza.
Ieri 28 Gennaio 2010 la Reggio Calabria oramai sempre più militarizzata ha accolto l’ennesima passerella mediatico-politica di lotta alla mafia: il Consiglio dei Ministri ha scelto di riunirsi per discutere (in maniera estremamente celere vista la durata dell’incontro) delle prossime strategie di lotta al prodotto più esportato all’estero e … al Nord d’Italia!
Oramai, dopo l’assurdo dispiegamento di forze militari alla manifestazione no ponte del 19 dicembre scorso, non ci si stupisce più: traffico deviato, tombini piombati, cassonetti tolti dalle vie cittadine, il palazzo della provincia( sito nella medesima piazza della prefettura) sigillato con catena e lucchetto mentre il palazzo di città con le porte..spalancate…sfugge la logica di un trattamento così diverso per palazzi altrettanto vicini alla prefettura e altrettanto istituzionalmente importanti.
Ma non solo i palazzi reggini sono stati trattati diversamente, anche i cittadini loro malgrado si sono dovuti rendere conto di essere diversi. Ebbene si! A reggio calabria, ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B e a dividerli un muro, costruito coi soliti mezzi, camionette, transenne, cordoni di polizia e carabinieri, motonavi, elicotteri e veri e propri ceck-point dove si doveva "lasciare in custodia un documento"
I cittadini di serie B, ossia i precari del porto di Gioia Tauro, della scuola, gli attivisti del c.s.o.a. A. Cartella, collettivi di studenti, la rete NO PONTE, associazioni culturali, semplici cittadini (..di serie B ovviamente) sono stati relegati nella parte bassa del Lungomare Matteotti, nonostante avessero comunicato alla questura e al comando dei Vigili la loro presenza in sit-in in piazza Italia. E no! Non si può mica stare così vicini ai ministri!no no.
O meglio LORO NO! Perché in piazza Italia ad accogliere i ministri c’era il solito presidio di acclamazione che segue Silvio da un angolo all’altro del paese: la loro bandiera tricolore, ovazioni..tanto che il Silvio nazionale, come ha affermato un giornalista nella sua cronaca, “non ha saputo resistere alla tentazione di avvicinarsi a salutare i suoi fan”! Non si sono voluti invece avvicinare ai cittadini di serie B, mentre sfrecciavano davanti al sit-in di protesta verso il palazzo della prefettura, i ministri, che però non hanno reagito tutti allo stesso modo:…
Il Ministro Maroni, ha capito in ritardo che la gente con gli striscioni spianati non gli stava recando omaggio, i cenni di saluto si sono bloccati davanti ad un invito ad andare a quel paese, più previdente ed intuitivo è stato Larussa, che fiutando l’aria si era acorto del tipo di accoglienza e si è sperticato in linguacce con annesso terzo dito… Brunetta faceva capolino dal sedile.
In tutta questa disposizione con i cittadini buoni davanti al palazzo della prefettura, i cittadini cattivi sotto il palazzo, i politici chiusi dentro, i giornalisti relegati sul tetto della Prefettura, sempre per tenere lontani sguardi “infausti” su ciò che stava realmente accadendo.
Solo nel pomeriggio, quando verso le 15.30 Silvio è stato chiamato dal Sindaco della città ad inaugurare l’acquedotto( in una città, si ricorda per dovere di cronaca, che anche durante i mesi invernali vede parecchi rioni senza acqua e interi quartieri con acqua salata dai rubinetti) i giornalisti,dopo essere stati trattenuti per circa 20 minuti all’interno della struttura dell’acquedotto, con il pretesto della sicurezza, si sono accorti della presenza di voci dissenzienti rispetto al teatrino svoltosi nella mattinata: un piccolo gruppo, reduce dalla mattinata di protesta, ha deciso di seguire e manifestare anche in questa occasione esibendo un lenzuolo recante la scritta Silvio Berlusconi P2 N° tessera 1816
Il gruppo è riuscito a spiegare le sue ragioni alla stampa nazionale ignara di tutto fino a quel momento.
Ma uno slogan è rimasto fermo: LA MAFIA è UNA MONTAGNA DI MINISTRI!
Collettivo UniRC
di seguito pubblichiamo un paio di video tanto per far mostrare ciò che non si vuol far vedere
h 16.30 - Lo spettacolo di questo corteo non ha paragoni! Una fiumana senza fine di giovani e vecchi accomunati da una battaglia che ancora una volta travalica il territorio valsusino. Cosa scriveranno domani i vari Numa, Griseri e Tropeano? Cosa dirà Chiamparino ai 1000 scarsi e ben pagati che faranno domani la loro squallida marchetta? NoTav 1 - SìTav 0.
h 16 - La testa del corteo entra in Susa. Il camper notav/infoaut è ancora bloccato sul ponte dell'autostrada. C'è ancora gente che parte dal presidio. Numerosi i camion che diffondono musica e interventi.
h 15.30 - Dal ponte che attrvaersa l'autostrada il colpo d'occhio è fenomenale: le montagne innevate e una fiumana di gente con decine di migliaia di bandiere notav. Dicono le nostre interviste "se fanno un cantiere glielo ributteremo in aria!". ""per fare il Tav devono ritirare le truppe dall'Afghanistan e mandarle quà!". "Noi siamo sempre stati e resteremo Notav!".
h 15 - A un'ora dalla partenza c'è ancora gente stipata al presidio che non riesce a partire. C'è chi dice " E' questa la vera marcia dei 40.000!" (Qui a lato stiamo caricando un po' di interviste raccolte nel corteo).
h 14.30 - Il corteo inizia a salire sulla statale S24 dal presidio. E' una marea umana a perdita d'occhio. Impossibile dare un quadro reale dei presenti. Tutto il campo visivo è inondato dalla marea NoTav di cui non si vede la fine. C'è chi dice 15 chi 20.000. Il popolo Notav si riprende la visibilità e il protagonismo quotidianamente negatogli dai media.
h 14.15 - Dal camper Notav Alberto Perino dà una notizia poco simpatica: la Polizia sta effettuando blocchi nei pressi di Bussoleno, facendo filtrare le macchine col contagocce. A quanto pare hanno paura dei numeri che si stanno raccogliendo e che, nonostante tutto, continuano ad affluire copiosi.
h 14 - Sono già molte migliaia le persone radunatesi all'Autoporto di Susa per prendere parte a questa importante manifestazione contro l'alta Velocità. Una risposta di massa contro le provocazioni e i convegni embedded della lobby pro-Tav.
Tanta gente dalla Valle ma Anche da Torino e da fuori. Nutrite delegazioni da Brescia, Vicenza, Firenze. Ma anche molt* compagn* da Pisa, Friuli, Genova e da chissà quanti altre città.
Il NoTav riguarda tutt*
Apprendiamo dai giornali che sarebbero comparse scritte anonime sui muri della città contro il sindaco Caselli. Mentre si sprecano le denunce degli esponenti della destra italiana contro il presunto giustizialismo della sinistra antagonista, questi moderni eredi del ventennio fanno i loro processi sui giornali individuando i responsabili di questa azione. Il signor Caselli dichiara addirittura di riconoscere la calligrafia delle scitte con quelle trovate all’ interno del Fassbinder durante lo sgombero. Asassuolo dove regna il feudatario Caselli tutto è in suo potere e lui è tutto: anche perito calligrafo.
Un quesito salta alla mente: ma non è che questo processo mediatico sia rivolto alla parte sbagliata? E’ un metodo vecchio come il mondo fare gesti sconsiderati usando il nome degli avversari politici per infangarli, servendosi della visibilità mediatica per meteere in atto loschi giochi di potere.
Noi non sappiamo chi sia l’ autore delle scritte, certo è che quella oggi organizzata dalla giunta sassolese è una campagna di criminalizzazione ben congegnata ( se non addirittura orchestrata direttamente ) proprio per passare da carnefici a vittime. Infatti fino ad oggi se c’è qualcuno tra Fassbinder e giunta comunale che ha usato la violenza e l’ arbitrio, questa è la giunta stessa sgomberando con l’ esercito in parata e in tenuta da guerra un circolo che ha ancora piena legittimità di utilizzo della sua sede visto che la convenzione in essere con l’ amministrazione non è mai stata formalmente disdetta.
Usando i militari ( come ai vecchi tempi ) per chiuderci la bocca, oggi la giunta comunale vuole anche questa campagna di criminalizzazione contro il Fassbinder per farci passare come “deliquenti comuni” invece che da attivisti politici. Lo ripetiamo: non sappiamo chi ha fatto le scritte e non ci interessa! Sappiamo di sicuro che il nostro collettivo non ha bisogno di fare scritte anonime per esprimere le proprie idee anzi, lo ha sempre fatto mediante volantini e documenti firmati, iniziative di piazza e manifestazioni mai anonime, e lo ha sempre fatto nonostante questa giunta, che oggi si appella alle forze democratiche del paese, abbia sempre arbitrariamente negato spazi pubblici e persino i locali a noi del Fassbinder.
Inoltre il signor Caselli dimostra anche di non aver chiara una cosa che a tutti i membri del collettivo è chiarissima: la differenza tra invettiva politica e la minaccia personale. Mettere sullo stesso piano l’ essere definiti fascisti con l’ essere minacciati di morte significa mettere insieme ciò che insieme non può stare.
Non abbiamo bisogno di augurare la morte a nessuno e tanto meno di minacciarla, continueremo però a dire che il signor CASELLI E’ UN FASCISTA e che questa giunta è una “GIUNTA MILITARE”, e continueremo a dirlo nei nostri volantini firmati, nelle nostre comunicazioni firmate e nelle nostre manifestazioni pubbliche, non sui muri in modo anonimo.
Non ci faremo intimidire dalle loro strumentali campagne di criminalizzazione nè dalle loro intimidazioni politiche, non saremo l’ oggetto sacrificale della campagna elettorale vittimistica di questa giunta totalitaria che sa solo usare l’ esercito per fare “pulizia etnica” nei confronti di chi la pensa diversamente.
IL FASSBINDER VIVE
LE IDEE NON SI SGOMBERANO
collettivo Fassbinder
La situazione venutasi a creare a Rosarno è stata definita emergenziale pur non avendone i connotati di contingenza né di imprevedibilità. Gli immigrati erano sfruttati e vessati da tempo sotto gli occhi di tutti, con il tacito consenso delle autorità ed il benestare delle cosche locali. La reazione dei “neri”, visti i precedenti dello scorso anno che li aveva già visti scendere in piazza in maniera pacifica, era prevista e quanto mai prevedibile. Eppure solo in pochi avevano lanciato l'allarme. Soltanto oggi tutti ne parlano, si scandalizzano e l'indignazione dilaga.
Ma nel mare dell'ipocrisia abbiamo intravisto un barlume di coerenza, prontamente travolto e zittito dai “rondisti” di turno. Durante la manifestazione degli abitanti di Rosarno dopo lo sgombero dei migranti, che tutto era fuorché spontaneamente voluta dagli stessi, la genuina azione di protesta di alcuni studenti del locale Liceo Scientifico non è passata inosservata. “Speriamo di poter dire un giorno c'era una volta la mafia” sono parole che nella piazza dei Bellocco non possono essere pronunciate.
Il fatto che lo striscione “incriminato” fosse stato esposto da alcuni studenti dimostra che lo stato ha ancora la possibilità di riappropriarsi di quei territori oggi controllati dalle mafie. L'arma è appunto l'istruzione ed i suoi presìdi, ovvero scuole ed università. Nonostante questo, i Governi negli ultimi anni hanno intrapreso un sistematico processo di smantellamento del diritto all'istruzione pubblica, l'ultimo baluardo arginante il futuro proliferare delle attività degli “amici degli amici”. Privatizzare scuole ed università vuol dire abbandonare le piccole realtà dell'entroterra del meridione e favorire il ripresentarsi di episodi come quelli di Rosarno.
L'eliminazione della cultura in contesti di grave dissesto sociale, favoriscono altresì l'attecchire di quell'errata nozione di sviluppo che viene spesso propagandata come l'unica soluzione per un progresso futuribile. Eliminare il sapere pubblico significa eliminare il dissenso nei confronti di tutte quelle operazioni speculative che mortificano il territorio e la sua vivibilità nel tempo.
Contrariamente alla strada intrapresa, il cui indirizzo mira alla disincentivazione degli investimenti di carattere culturale, è necessario scommettere sull'accrescimento di una coscienza critica come unica via di fuga dal perenne ricatto del lavoro imposto dal liberismo. L'infame strumento della promessa del posto di lavoro è il “cavallo di troia” attraverso il quale vengono propinate opere aggressive ed inutili come: l'inceneritore e la centrale a turbogas nella Piana di Gioia Tauro, il rigassificatore che dovrebbe prendere il posto del Porto di Gioia Tauro, la centrale a carbone “pulito” di Saline Joniche, il nugolo di centrali a biomassa a ridosso del Parco Nazionale dell'Aspromonte, e, dulcis in fundo, l'opera magna per eccellenza, il ponte sullo Stretto.
La fame di cultura è palese in situazioni nelle quali il progresso viene proposto attraverso dinamiche industriali avulse dalle reali vocazioni dei contesti territoriali che ancora puntano ad un'agricoltura di sussistenza, supportata a suon di incentivi e praticata attraverso il lavoro sommerso a mezzo di manodopera migrante.
Rilanciamo quindi la necessità di una lettura di fase che tenga conto delle inscindibili connessioni che la criminale trasformazione del diritto allo studio in servizio privato comporta nelle dinamiche di un futuro realmente sostenibile.
Collettivo UniRc
Anche la Corte dei Conti boccia il Ponte sullo Stretto
Per Ciucci & Co. l’importante è continuare il grande bluff
Per noi continuare a chiedere le vere priorità
in Calabria e in Sicilia come in Val di Susa
La Corte dei Conti, lo scorso dicembre, ha confermato alcune delle tesi sostenute dal Movimento No Ponte in questi anni: l’incongruenza dei dati economici, una stima disinvolta dei traffici nello Stretto che dovrebbero giustificare l’operazione del project finance, l’azzardo ingegneristico che penserebbe ad una campata unica di quasi il 40% più lunga della maggiore mai realizzata, il devastante impatto ambientale. Insomma, una stroncatura su tanti fronti che meriterebbe una seria messa in discussione di tutta l’operazione Ponte. La reazione dell’Amministratore Delegato della Stretto di Messina Ciucci è stata quella di rassicurare sul prosieguo di questo grande bluff. Tutto questo avviene mentre le vere priorità del territorio, quelle manifestate in piazza il 19 dicembre a Villa San Giovanni, rimangono ancora disattese ed inascoltate. Gli sfollati di Giampilieri continuano a scendere in piazza per protestare non avendo ancora ricevuto garanzie sulla messa in sicurezza del paese. A Saline si ritorna a parlare di centrale a carbone. Le strade, le montagne ed i mari, nei territori di Calabria e Sicilia, continuano a rimanere nel peggiore degli abbandoni, in mano al devastante sfruttamento.
Ribadiamo che in periodo di crisi e di risorse scarse, si dovrebbero scegliere le priorità.
Perciò, la Rete esprime la propria solidarietà ed adesione al fianco del movimento No Tav. Ancora una volta dalla Valle di Susa ci arriva un messaggio forte e chiaro: soltanto attraverso la mobilitazione popolare si può impedire la svendita dei nostri territori, ci si può opporre a quel modello di sviluppo che ci vogliono imporre, fatto di grandi opere e devastazioni ambientali.
In questi anni abbiamo visto come il Ponte sullo Stretto, la Tav, il
Mose, gli inceneritori, i rigassificatori e tutte le opere inutili che
vogliono imporci, sono solo delle "mucche da mungere", buone a
trasferire i soldi pubblici nelle tasche delle solite lobbies. È la
comune opposizione a questa logica perversa che fa di tutte queste
lotte una sola lotta. Franco Nisticò, prima di lasciarci quel maledetto
19 dicembre, ha urlato dal palco: "Solo la lotta porta risultati!".
Oggi i No Tav ne sono l'esempio.
Questo Governo ha scelto di
concentrare tutte le risorse a disposizione nel 2009 in 6/7 grandi
opere. È evidente, perciò, la volontà di premiare operazioni in favore
di pochi grandi contractor, sulle quali è possibile costruire grande
attrattiva mediatica, piuttosto che investire in opere ad alta utilità
sociale ed economia diffusa come. Niente di più facile, adesso, che
riversino i soldi a disposizione nella ri-progettazione del Ponte,
magari dando in obolo qualche opera compensativa a Messina. Tanto per
loro l’importante non è finire. L’importante é continuare.
Anche noi continueremo, con il nostro impegno, a chiedere che siano le vere priorità quelle realizzate.
Il prossimo incontro della Rete No Ponte si terrà a Villa San Giovanni, presso la sala parrocchiale della Chiesa di SS Cosma e Damiano di Acciarello, martedì 26 gennaio alle ore 19,00.
A Rosarno come nella Piana di Gioia Tauro e in Calabria esiste una società responsabile che in questi anni si è impegnata sul territorio, spesso in modo silenzioso e fuori dal clamore dei media, e che è intenzionata a dare continuità al proprio operato di sostegno materiale e di analisi delle problematiche.
Rosarno è solo uno degli anelli di una catena ben più complessa, fatta di sfruttamento e di commistione con la criminalità organizzata che da tempo ha esteso il suo controllo anche nella gestione dei flussi migratori, ma la drammaticità dei fatti che hanno visto protagonista questa cittadina è la prova evidente del fallimento delle politiche securitarie e sull’immigrazione portate avanti negli ultimi anni, politiche che hanno prodotto solo degrado, emarginazione, prevaricazioni e razzismo.
La situazione di Rosarno non è nata ieri, dura da vent’anni ed era già ben nota a tutte le istituzioni, nazionali e regionali, incapaci di dare risposta alcuna se non di facciata. La crisi economica e finanziaria ne ha amplificato le enormi contraddizioni, stravolgendo la composizione degli stagionali che annualmente si riversano a Rosarno. Quest’anno, per la prima volta, la maggioranza dei lavoratori era costituita da migranti regolari, più coscienti dei propri diritti e pronti a denunciare i soprusi, sfidando così a testa alta i loro sfruttatori, ma anche la ‘ndrangheta e il suo ordine: una dignità e una fierezza purtroppo ormai rare in una realtà dove la vita sociale e la democrazia politica sono soffocate da un sistema clientelare-mafioso sempre più avvitato e incattivito, garante degli interessi di saccheggio del grande capitale.
Non possiamo sapere se il raid razzista che ha scatenato la risposta degli africani facesse parte di un disegno più complessivo, o se la situazione sia sfuggita di mano a chi ha voluto mandare semplicemente un segnale intimidatorio. Quello di cui siamo certi è che la modalità repressiva con la quale si è intervenuti, rischia di diventare un pericoloso precedente per legittimare future “soluzioni con ogni mezzo” del conflitto che potrebbe esplodere in altre zone ad alto rischio.
In tutta Italia infatti esistono realtà, più o meno degradate, di sfruttamento dell’immigrazione, mancata accoglienza e assenza di integrazione. Quello che è accaduto e che ha portato alla ormai famosa “deportazione degli africani” - soluzione dolorosa ma a nostro parere in quel momento inevitabile per garantire l’incolumità dei nostri fratelli africani, vista la violenta “caccia al negro” scatenatasi a Rosarno e nelle zone limitrofe - non è che l’anticipazione di quello che potrebbe accadere in futuro.
La cosa che temiamo maggiormente è che “l’esportazione” rappresenti un precedente pericoloso per consentire, o peggio ancora legittimare, ulteriori derive populiste con altre provocazioni e conseguenti “ripristini della normalità con ogni mezzo”; temiamo che anziché provvedere alla rilettura ed eventuale modifica della politica sull’immigrazione, viste le ultime dichiarazioni del ministro Maroni, diventi prassi agire solo sugli “effetti” con metodi discutibili.
Tutto ciò sta inoltre permettendo una ulteriore, pericolosa apertura alle culture e alle forze xenofobe e fasciste che si stanno facendo spazio tentando di cavalcare l’ondata di malessere e panico creatasi nella popolazione: se oggi la “caccia al negro” è finita, considerato che gli unici stranieri rimasti a Rosarno sono di “razza bianca”, si è aperta una nuova ondata di “caccia all’amico dei negri” fatta di pressioni e intimidazioni rivolte a chi in questi anni ha supportato i migranti, vivendogli accanto giorno per giorno.
La posizione della cittadinanza, dichiarata anche con l’ultima manifestazione spontanea, purtroppo ha inteso solo ribadire il NO all’etichettamento di Rosarno come città mafiosa e fascista. Cosa ben diversa dal prendere posizione in favore di una politica dell’accoglienza, della tolleranza e dell’integrazione.
Da più parti in questi giorni sono partiti appelli e proposizioni in merito a una mobilitazione nazionale da tenersi a Rosarno: siamo certi, purtroppo, che in questo momento non ci siano le condizioni per effettuare qualunque tipo di iniziativa pubblica a Rosarno che non fosse vissuta dalla popolazione come un intervento estraneo al territorio e a danno della sua cittadinanza, e che una qualunque forzatura in questo senso possa seriamente compromettere una ripresa del necessario lavoro in questo territorio. D’altra parte indire oggi manifestazioni a Rosarno contro la ‘ndrangheta o contro il razzismo, anche con una piattaforma di convocazione la più radicale possibile, potrebbe significare l’adesione e/o la partecipazione di soggettività, politiche e non, in cerca di facile pubblicità o di visibilità per l’imminente campagna elettorale.
In questa fase, perciò, è necessario che si continui a lavorare a Rosarno come in tutta la Calabria, e non solo, per costruire un percorso di crescita comune verso una cultura dell’accoglienza, dell’integrazione e del rispetto dell’altro. Nelle condizioni d'impoverimento e precarietà aggravate dalla crisi in cui versa la Calabria, bisogna riconoscere nei lavoratori africani un prezioso alleato insieme al quale intrecciare percorsi di riscatto sociale ormai inderogabili, pena la compromissione di ogni possibilità del vivere civile in questa terra.
Se per il territorio di Rosarno oggi crediamo che la sola opzione percorribile sia di intensificare l’organizzazione di iniziative relative ai fatti vissuti, alle dinamiche che li hanno prodotti e a tutto ciò che può portarci verso un’alternativa all’esistente (proiezioni, assemblee, dibattiti), riteniamo anche inderogabile preparare un'adeguata risposta di mobilitazione allo schiaffo ricevuto da ogni genuina coscienza democratica. In questo senso, il prossimo consiglio dei ministri convocato nella città di Reggio Calabria è un’importante occasione per un'attivazione delle realtà democratiche e antirazziste della piana di Gioia Tauro e di tutta la regione, per una denuncia politica che individui le gravi responsabilità di tutte le istituzioni senza fare sconti a nessuno.
Ma una risposta forte deve essere data soprattutto a livello nazionale. A questo proposito lo sciopero degli immigrati del primo marzo acquista ancora più importanza, un’occasione forte per contrastare le politiche razziste e securitarie del Governo ma anche le mafie che esercitano il loro potere sulle “tratte degli schiavi”: è nostra intenzione lavorare per costruire per quella giornata una forte mobilitazione anche nella nostra città.
Inoltre riteniamo necessario soprattutto lavorare per creare una piattaforma condivisa e una proposta che possa rappresentare una seria alternativa all’attuale assenza e/o inadeguatezza delle politiche della migrazione in Italia, che consentono l’introduzione di leggi razziste e generatrici di malessere e clandestinità come la Bossi-Fini. Per questo proponiamo per aprile la convocazione degli Stati generali dell’antirazzismo in Calabria, possibilmente a Riace - proprio per ciò che in questo momento il borgo jonico rappresenta non solo in Calabria - come momento di riflessione comune con tutti coloro che si occupano di immigrazione ad ogni livello.
Rete Migranti Reggina
colgo l’occasione della Sua visita in Calabria per renderLa partecipe della condizione di un giovane calabrese e di tanti suoi conterranei.
Le indirizzo questa lettera per ciò che Lei rappresenta agli occhi di chi, come me, vede nel Suo ruolo istituzionale il simbolo di uno Stato di cui mi sento parte e di cui sento ancora il dovere di prenderne le difese. Uno Stato fondato sull’Uguaglianza e sul Lavoro, nato dalla Resistenza di chi non ha mai smesso di pensare e ha avuto il coraggio e la responsabilità di Resistere.
Le parole del Suo discorso di fine anno risuonano di una eco amara per chi vive una realtà, quella della nostra terra, che non conosce “serenità” da troppo tempo. Lei parla di “nuove generazioni, di riserve magnifiche di energia, di talento e di volontà”, di motivazione e qualità, specializzazione ed energie dei “giovani che hanno potuto prendere le strade migliori”. Lei sottolinea l’importanza di garantire opportunità di formazione capaci di far emergere i talenti e premiarne il merito. Le scrivo perché, a chi vive in questa terra maledettamente bella, fa rabbia sentirsi impotenti di fronte all’impossibilità di aprire tali strade.
I preoccupanti dati che sono emersi dal Rapporto Swimez 2008, sull’Economia del Mezzogiorno, e dall’ultimo report della Banca d’Italia, sulle dinamiche migratorie interne, denunciano che tra il 1990 e il 2005 circa 2 milioni di persone hanno abbandonato il Mezzogiorno per cercare lavoro al Nord e, nel periodo 2000-2005, circa 80000 laureati hanno lasciato il Sud.
Le scrivo, dunque, con l’amara consapevolezza che spesso al Sud “l’unica strada possibile” per un giovane è quella di andare via. Innanzi a tale costrizione, come non sentirsi impotenti?
Questa impotenza, dovuta al fatto che troppo spesso ci piombano addosso, come macigni, problemi ed avvenimenti che dovrebbero essere impensabili in un paese che si ritiene civile, come morire in sala operatoria per mancanza di energia elettrica, fa sembrare la via più facile quella della resa.
In Calabria è quando non smetti di credere nel cambiamento e continui ad impegnarti e lottare in prima linea, attivamente, che paghi il prezzo più alto della frustrazione. Perché ogni volta si ha la sensazione di sbattere contro un muro di gomma e si è costretti a tornare indietro e ricominciare daccapo. Muro che spesso viene costruito proprio da chi dovrebbe contribuire ad abbatterlo.
Ad ogni modo, per chi vuole rimanere in Calabria senza arrendersi ad un sistema deviato, non è possibile smettere di lottare. E la lotta diventa sempre più necessaria per rincorrere la possibilità di avere una vita dignitosa e vedersi riconosciuti i propri diritti fondamentali.
Fino a quando dovremo lottare strenuamente per elemosinare un lavoro spesso in nero, precario ed insicuro; per avviare una sana e seria iniziativa imprenditoriale senza ritrovarci le porte chiuse in faccia dalle banche; per vivere la nostra quotidianità in un ambiente salubre e non violentato e deturpato da colate di cemento, abusivismo, frane, veleni radioattivi e discariche abusive; per avere strade sicure e ammodernate, trasporti efficienti; per ambulanze attrezzate in ogni ospedale, per una sanità liberata da interessi criminali e clientelari; per essere veramente “liberi” di vivere e costruirci qui, qui nella nostra amata Terra!, un destino diversamente possibile?
È troppo comodo parlare di Calabria e parlare di ‘ndrangheta, mancanza di lavoro, carenze infrastrutturali e cedere al luogo comune della disperazione e del lassismo, dell’apatia e della rassegnazione. Quello che è successo nelle ultime settimane ci impone di dare un taglio diverso alla discussione. Non possiamo non interrogarci, dal mio modesto punto di vista, sull’ottusità di una classe dirigente che pensa a grandi opere da cartolina in un contesto sempre più desertico.
Qualche giorno fa si leggeva di questo potere come di “Un potere ottuso, per nulla incline a mettersi in discussione, arrogante fino alle estreme conseguenze. Un potere multiforme, che significa navi dei veleni, cantieri eterni, dominio della mafia, politica clientelare e grandi opere.” Sembra una descrizione impietosa ma appare oggi, purtroppo, estremamente realistica. È una politica che, da decenni ormai ed in molti casi, sembra stare in piedi solo per gestire l’ordinario e le emergenze, senza poi di fatto offrire ai propri territori un progetto organico e complessivo che abbia la valenza di soddisfare le vere esigenze ed i reali bisogni della collettività e che incida in modo sostanziale per migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini.
Il 19 dicembre a Villa San Giovanni, i calabresi che non si arrendono a questo stato di cose, erano in strada per manifestare l’esigenza di un diverso ordine di priorità. Franco Nisticò da quella piazza stava urlando, con la stessa intensità di sempre tratta dalla forza delle idee e della vita reale: la denuncia di una disoccupazione giovanile preoccupante, del dissesto idrogeologico calabrese, delle grandi e delicate questioni ambientali irrisolte, della carenza delle infrastrutture e del sistema sanitario, rimarcando ancora una volta il problema della S.S.106 che continua ad essere un incessante e assurdo bollettino di guerra.
E proprio di quelle carenze ne ha pagato il prezzo più estremo, morendo e perdendo in modo assurdo la propria vita. In Calabria si può morire per un’ambulanza che non c’è e/o che non arriva in tempo. Franco Nisticò era mio padre.
Ed allora i tanti giovani calabresi stanchi di questo stato di cose chiedono alla Politica di scegliere tra la logica delle grandi opere, l’immobilismo, l’assenza di innovazione, la frammentazione del consenso, la sclerosi amministrativa e la vita reale.
E il problema in Calabria, perciò, non è solo trovare una realizzazione personale, non è trovare una strada per il proprio successo individuale. L’urgenza è trovare una strada collettiva che porti i cittadini calabresi a riconoscersi finalmente nello Stato.
Qui non si tratta più di sterili piagnistei usati come alibi, ma di chiedere ed ottenere diritti. E non possono più essere ammesse deroghe. È necessario rendere tangibile un’alternativa a questo potere clientelare e occulto, a questo sistema malato, fondato sulla mancanza di una vera libertà che potrà essere arginato solo attraverso l’emancipazione data dal LAVORO.
La nostra terra di Calabria è da sempre segnata da contraddizioni profonde. Una terra capace di dare vita a realtà esemplari di integrazione e accoglienza, come Riace, Caulonia e Badolato, dove i migranti sono accolti come una risorsa, non solo dal punto di vista umano e culturale, ma anche sotto il profilo della ripresa economica. Una Terra, allo stesso tempo, in grado di esprimere realtà esplosive come quella di Rosarno dove ‘ndrangheta razzismo e ignoranza, ma anche solidarietà, si sono sciolte, portando con sé l’illusione della convivenza. Convivenza illusoria perché non ci può essere convivenza tra schiavo e padrone.
È necessario riflettere sulla rabbia di chi non ha più niente se non la sua dignità e sul potere di chi la dignità l'ha dimenticata da tempo.
No, nonostante tutto non smetteremo di lottare “… i tanti problemi del nostro territorio, il dissesto idrogeologico, i giovani, il lavoro, non hanno bisogno di divisione, ma hanno bisogno di unità. Dobbiamo lottare con forza e tutti insieme sconfiggere chi marcia contro. E allora la speranza siamo tutti noi, vecchi e giovani, per dare insieme una speranza a questa Calabria abbandonata da tutti.” (Franco Nisticò)
Sappiamo fin troppo bene che solo questa è la Sua e la Nostra speranza per la nostra Terra.
Guerino Nisticò
(Badolato – Calabria – Italia?)
Rete Migranti Reggina
L’ “Emergenza Ventennale” non è ancora finita
“Schiavitù del Migrante, Precariato e ‘Ndrangheta:
tre anelli della stessa catena”
Presidio calabrese antirazzista e antindrangheta
19 gennaio 2010 ore 16,00 - Prefettura di Reggio Calabria
Il 16 gennaio la Rete Migranti Reggina si è riunita a Gioia Tauro.
In questa assemblea la Rete ha voluto ribadire la totale solidarietà e legittimazione alle compagne ed ai compagni che a Rosarno, così come nella Piana di Gioia Tauro e in Calabria, si sono impegnati in questi anni, spesso in modo silenzioso e fuori dal clamore dei media, e che è intenzionata a dare continuità al proprio operato di sostegno materiale e di analisi delle problematiche.
La modalità repressiva con la quale si è intervenuti rischia di diventare un pericoloso precedente per legittimare future “soluzioni con ogni mezzo” del conflitto che potrebbe esplodere in altre zone ad alto rischio. Quello che è accaduto e che ha portato alla ormai famosa “deportazione degli africani”, soluzione dolorosa ma a nostro parere in quel momento necessaria per garantire l’incolumità dei nostri fratelli africani vista la violenta “caccia al negro” scatenatasi a Rosarno e nelle zone limitrofe, non è che l’anticipazione di quello che potrebbe accadere in futuro.
La questione dei migranti nel nostro Paese, e non solo in Calabria, diviene oggi ancora più grave e pericolosa, alla luce soprattutto delle ultime prese di posizione del Ministro Maroni che annuncia, senza mezzi termini, vere e proprie esportazioni di massa.
Temiamo fortemente il rischio che il “metodo Rosarno” diventi un precedente per consentire, o peggio ancora legittimare, ulteriori derive populiste con altre provocazioni e conseguenti “ripristini della normalità con ogni mezzo”.
In questa fase, perciò, è necessario che si continui a lavorare, a Rosarno, in Calabria e in ogni luogo, per costruire un percorso di crescita verso una cultura dell’accoglienza, dell’integrazione e del rispetto dell’altro.
Siamo convinti che l’unica via d’uscita sia quella Politica. In pratica, intendiamo tradurre in realtà questo documento adottando le strade praticabili:
1) il presidio regionale che si terrà Martedi 19 gennaio dalle ore 17,00 per dire NO allo sfruttamento, alla ndrangheta ed a tutte le forme di razzismo e xenofobia;
2) la necessità di avviare un percorso di crescita praticabile nei territori limitrofi, promuovendo la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione come via d’uscita rispetto alla deriva violenta, ndranghetista e xenofoba (proiezioni, assemblee, dibattiti)
3) In vista della prossima Assemblea nazionale che si terrà a Roma il 24 gennaio, una partecipazione della nostra Rete non solo per portare una lettura chiara e veritiera dei fatti di Rosarno, ma anche per portare in quella sede la piattaforma condivisa dalla rete nella giornata del 16.
Ponte sullo Stretto, non è più il movimento del No
Tanti sì, un solo no. La prossima manifestazione nazionale sarà contro la grande opera, ma anche per le infrastrutture di prossimità, la bonifica delle zone inquinate, la messa in sicurezza dei territori, opere utili per tutti i cittadini, un sistema di trasporti pubblico ed efficiente nello Stretto.di Antonello Mangano, da terrelibere.org
Kobe-Awaji in Giappone, l’arcipelago delle Zhoushan in Cina, Halsskov-Sprogø in Danimarca, le rive cinesi del Fiume Azzurro o Barton-upon-Humber – novemila abitanti nel Licolnshire - sono forse mete del turismo di massa? Si tratta dei luoghi dove sorgono i cinque ponti più lunghi al mondo. Dovrebbero essere invase dai gitanti in base alla teoria oggi dominante tra i favorevoli al Ponte, secondo cui l`attraversamento stabile attirerà folle di curiosi sullo Stretto. In effetti esiste turismo a New York e San Francisco, ma non certo perché ospitano l’ottavo ed il nono ponte più lungo. Per il resto il Ponte è un atto di fede. Il calcolo costi-benefici è semplicemente imbarazzante: “È legittimo pensare che il Ponte sia uno spreco di denaro e che le previsioni elaborate dalla società dello Stretto per il rientro dei capitali investiti (il 40% dallo stato e il 60 dai privati, a dire il vero finora piuttosto timidi) siano troppo ottimistiche”, ammette sul Sole 24 Ore nientemeno che Giuseppe Cruciani, autore del libro “Questo Ponte s’ha da fare”. “C’è chi sostiene, dati alla mano, che alla fine sarà un flop economico e un salasso per le casse statali. Può darsi”.
Il libro “Ponte sullo Stretto e mucche da mungere” nasce nell’estate del 2009, quando quasi tutti erano convinti che il Ponte non si sarebbe mai fatto e che agli annunci non sarebbe seguito nulla di concreto. Comunemente si pensa che il Ponte siano i piloni che collegherebbero le due sponde dello Stretto. Il Ponte non è quello, assolutamente. E’ un modello politico ed economico, che può riguardare la guerra in Afghanistan oppure un hotel 5 stelle nel poverissimo Sudan. O ancora, per restare in Italia, il Tav o la Salerno – Reggio Calabria.
In Italia non tutti pagano le tasse, e quasi nessuno lo fa in proporzione al reddito effettivamente percepito. Solo i lavoratori lo fanno, perché le imposte sono trattenute alla fonte. Dovrebbe suscitare un grave allarme il fatto che le risorse dei lavoratori vengano drenate a favore di soggetti già ricchi, cioè che i poveri contribuiscano – con la scusa delle Grandi Opere – ad arricchire ulteriormente chi è già ampiamente privilegiato.
Per mesi abbiamo ascoltato una serie di considerazioni (“E’ tutto un bluff”, “non esiste il progetto”, “non ci sono i soldi”) che partivano da un presupposto sbagliato: insegnare alla società Stretto di Messina a lavorare meglio e non contestare alla radice un modello che dall’inefficienza, dalle lungaggini, dai giochi finanziari (project financing) trae linfa per realizzare il suo obiettivo primario, cioè il drenaggio di ulteriore denaro pubblico. La BIIS – un istituto del gruppo San Paolo – si occupa solo di questo: finanziare le infrastrutture. Sul debito possono essere emesse obbligazioni a carattere speculativo. Le imprese private interverranno sul Ponte solo a patto che ogni centesimo sia in ultima istanza garantito dallo Stato. I soldi ottenuti con la “finanza di progetto” rimangono formalmente privati, e quindi non sono debito pubblico, per cui non ci creano problemi con l’Unione Europea.
Dalle guerre alle opere infrastrutturali inutili, il problema è quello di un riequilibrio. La scuola, la ricerca, la sanità, i trasporti, il welfare in genere ed ogni altro servizio essenziale vengono smantellati proprio per finanziare le Partnership Pubblico - Privato. Il movimento contro il Ponte non può limitarsi – e di fatto non lo fa più, si veda la locandina della manifestazione del 19 dicembre – ad essere un comitato tecnico che si oppone ad un’infrastruttura che rovina il paesaggio ma si pone l’obiettivo di rendere meno squilibrata la situazione attuale.
"Non una difesa conservativa e museale dei luoghi", dice Luigi Sturniolo della Rete No Ponte, "ma un progetto di vivibilità, una dimensione sociale della battaglia. Il movimento, nel diventare questo, sfugge alle accuse di essere espressione del NIMBY, interviene sulla gestione delle risorse economiche, sulle modalità attraverso le quali vengono prese le decisioni che riguardano i territori e la vita degli abitanti, sperimenta forme nuove di pratica politica".
Il paradosso è evidente nello Stretto: quello stesso Stato che sta per sprecare cifre folli per un collegamento palesemente inutile non riesce a trovare i soldi per un traghetto pubblico che va avanti e indietro con una cadenza accettabile. I traghetti sono di fatto smantellati. Non hanno più orario. In estate il vettore privato, ormai assoluto monopolista, si è trovato a rifiutare i clienti in eccesso - per motivi di sicurezza una nave può ospitare un certo numero di passeggeri - ribadendo che spetta allo Stato assicurare la continuità territoriale. Nessuna risposta.
Ricoloriamoci di viola, è quello che ci hanno chiesto gli organizzatori. Diversi lo hanno fatto, altri no. Io no. E poi perché il viola? Il colore viola esprime “la volontà di essere diversi”, ed infatti quel giorno ha rappresentato il “non-rosso”, il “non-verde”, il “non” insomma. Ma la diversità non dovrebbe passare innanzitutto dall’accettazione e dall’arricchimento reciproco?
Torna, come spesso negli ultimi anni, la questione dei simboli e dell’immaginario comune. Torna, probabilmente, la necessità di dissociarsi da tutto e tutti, dal passato, dalla storia. Dissociarsi da tutto e non conoscere niente. Sembra quasi che l’obiettivo sia quello di dimostrarsi orfani per apparire “vergini”, il trionfo del nuovismo e della privazione della propria identità.
Siamo nel Ventunesimo secolo, ha senso mobilitarsi in massa, contro un uomo e la sua intollerabile gestione ad uso personale del potere, per chiedere le dimissioni a Berlusconi? Certamente si. Ma farlo senza alcun progetto politico, ignorare completamente le dinamiche sociali e politiche che sotto il suo “dominio” stanno lentamente caratterizzando il nostro paese. Scendere in piazza senza la consapevolezza che non è di un uomo la “colpa” di quanto succede oggi, ma di un modello socio politico che qualcuno chiama col suo stesso nome: “berlusconismo”. Questo mette un po’ paura.
Nietzsche valuta la massa come il trionfo della quantità sulla qualità, se fosse così perciò saremmo una sommatoria di individui mediocri, senza un ruolo nella società ed incapaci di determinare in autonomia la propria vita e il proprio destino. Non ci ho mai voluto credere, preferisco pensare che il popolo, soprattutto quello che scende in piazza, è e “deve essere” consapevole.
Tutti d’accordo sulla stanchezza e sull’intollerabile persistenza di Berlusconi e più che ovvio che il popolo debba scendere in piazza. Ma come? Vedere una somma di singoli che sfilano a Roma, sfoggiando i migliori insulti che hanno elaborato contro il Premier, non mi ha dato alcun conforto.
Ma davvero possiamo pensare che un palcoscenico pieno zeppo di “firme” possa sostituire la protesta organizzata che con altri colori è stata conquistata in passato?
Quanta presunzione nel chiedere alle donne e agli uomini di questo paese di levarsi l’abito della propria identità politica per indossarne uno nuovo di zecca. Come si è arrivati a demonizzare, fino a questo punto, le compagne ed i compagni che da qualche secolo scendono in piazza per i diritti e la giusta libertà in questo paese? “Non vogliamo il cappello dei partiti” continuano a ripetere dissennatamente gli “organizzatori”, ma quale strano processo è in atto se in una piazza diverse migliaia di persone ripetono meccanicamente accuse ed espressioni, utilizzando le parole del leader del maggiore partito politico all’opposizione di questo governo?
Senza sterile polemica, ma con il migliore degli intenti, mi chiedo se quel giorno siamo caduti tutti quanti nella trappola della demagogia e il “cappello” ce lo siamo lasciati infilare dai principali attori della scena politica di oggi. Me lo chiedo quando ricordo i ragazzi prostrarsi ai piedi di Rosi Bindi, come se fosse un’attrice di Cinecittà, me lo chiedo se penso ad un sessantenne che mi invita a far spegnere Bella Ciao dal nostro camioncino. “Siete irrispettosi” mi ha detto.
Oggi in Italia, manifestare il proprio pensiero pare sia “irrispettoso” e manifestare con alle spalle un ideale e davanti una proposta pare sia insostenibile. Ma non era, questa, una delle cause che ci aveva fatto scendere in piazza quel giorno?
Continuo ad affondare i miei piedi nella storia dell’umanità e ad imparare da essa, mentre cammino e cerco un futuro migliore. Prendo parte e mi piacerebbe avere ancora il diritto di farlo.
(Tiziana Barillà, Liberazione e Left-Avvenimenti 11/12/09)
19 DICEMBRE 2009 - VILLA SAN GIOVANNI - MANIFESTAZIONE NAZIONALE
FERMIAMO I CANTIERI DEL PONTE
LOTTIAMO PER LE VERE PRIORITA´
Mai come in questi ultimi tempi la Calabria e la Sicilia sono state
oggetto di attenzione dei media, e non solo a causa delle organizzazioni
criminali che continuano a imperversare, grazie anche alle connivenze con
le istituzioni locali e nazionali: ad attirare l´interesse
dell´informazione, nazionale ed internazionale,
è la tremenda serie di disastri "ambientali" provocati da scelte
dissennate, imposte a territori fragili geologicamente ed economicamente.
Il Governo nazionale continua a riproporre il Ponte sullo Stretto come
priorità, annunciando addirittura la posa della prima pietra di un´opera di
cui non solo non esiste ancora un progetto definitivo, ma nemmeno una
valutazione accurata dell´elevato rischio sismico di un´area dove sono
presenti numerose faglie più o meno profonde, distribuite in tutte le
direzioni.
La Rete NO PONTE sta quindi preparando, per il 19 dicembre, una
manifestazione nazionale a Villa San Giovanni (Rc), per la quale ha già
raccolto l´interesse e le adesioni di movimenti di resistenza di altri
territori.
Facciamo appello a tutte le forze sociali, ai movimenti, alle comunità
resistenti, ai comitati ed alle realtà di base, alle reti nazionali,
all´associazionismo, al mondo del lavoro, ai precari, ai disoccupati, al
mondo studentesco, a tutte e tutti, di rafforzare questa battaglia di
dignità e costruire insieme questa mobilitazione.
leggi tutto il testo su
http://www.retenoponte.it/19dicembre2009/?page_id=9
la piattaforma è in italiano, spagnolo e inglese ;)
per partire da roma chiamare Alfredo 3288673249
per partire da altre città trovi tutte le informazioni su:
http://www.retenoponte.it/19dicembre2009/?page_id=249
se vuoi supportarci (ne abbiamo davvero bisogno) vai su
www.retenoponte.it: potrai acquistare magliette, spillette, fischietti e
bandiere.. ci permetterai così di organizzare ulteriori autobus per le
partenze da tutta italia.
www.retenoponte.it
Questo articolo vuole dare spazio al lato meno evidente della lotta dei movimenti contro quella speculazione che promette assurde colate di cemento di cui nessuno ha bisogno quando ci sono una vera infinità di proposte di investimento utili e costruttive.
Il riassetto idrogeologico dei territori, la bonifica delle innumerevoli terre segnate dallo scarico illegale di rifiuti tossici e molto pericolosi; in aspromonte, come nel cosentino, a Crotone e chissà dove ancora. Si potrebbe ipotizare una reale bonifica dei nostri mari, per lo meno dai “rifiuti più ingombranti per la sanità pubblica”; d’altronde come non immaginare un sistema di fogne funzionanti e acqua corrente per la Sicilia, pubblica e non salata per Reggio Calabria ?
Queste sono delle grandi tematiche che apparentemente si legano poco con la costruzione del Ponte ma che in realtà ne subiscono pesantemente i suoi influssi negativi. Perchè? Per il semplice fatto che se ci sono 4 lire (ci sono 4 lire??) nelle casse pubbliche e si spendono per un ponte che, risulta ancora sprovvisto di progetto definitivo approvato, difficilmente prenderà seriamente il via tutto il resto delle opere di cui abbiamo veramente bisogno.
Molto più concrete saranno le ville ai caraibi di chi in questi trent’anni di truffa si è arricchito enormemente alle spalle di questo progetto faraonico e alla faccia nostra.
LiberaReggio.org si è trovata più volte a raccontare e descrivere disagi quotidiani della una vita sullo Stretto. Tematiche meno complesse, probabilmente, di quelle legate all’acqua o alle grandi speculazioni finanziarie e mafiose. Vivendo la realtà, ci siamo semplicemente limitati a descrivere ciò che vediamo intorno a noi.
Qualche volta, anche con l’aiuto di lettori attivi che ci hanno segnalato alcuni disagi enormi.
Una strada che dovrebbe collegare un importante centro di aggregazione giovanile e sociale con una parte del quartiere di Acciarello (Villa San Giovanni) non asfaltata e completamente allagata da una strana e preoccupante schiuma bianca di cui non si conosce la provenienza, e dunque la responsabilità, che copre tutto il manto stradale ogni volta che piove.
Incrocio tra via Soccorso e Viale Aldo Moro, ogni volta che piove più di un quarto d’ora tutta la zona si allaga per decine di centimetri di altezza dell’acqua. Acqua che in realtà non è acqua ma è fogna, con tutto quello che comporta avere un vero lago di fogna in mezzo ad una zona ad alto tasso abitativo in piena città. Il problema, dopo essere stato più volte segnalato dai cittadini della zona non è mai stato risolto, lasciandolo così all’inesorabile incancrenimento, dal quale probabilmente non uscirà mai…
Questa volta sono una serie di scatti a raccontarci qualcosa di “bello” di Reggio. Una semplice passeggiata sul “kilometro più bello d’Italia” con un occhio un minimo attento potrebbe farti riscoprire una serie importante di stati di abbandono generale. Anche una struttura molto importante per delle ricerche dell’università Mediterranea viene lasciata all’incuria, senza neanche un cartello che descriva ai cittadini quanto può essere importante quella piccola struttura che è, però, molto arruginita e dissestata.
I fortini di Pentimele noi reggini li conosciamo tutti. E ogni volta che si sale lissù quello che si vede è uno spettacolo straordinario. Quello che c’è sarebbe altrettanto spettacolare se solo non fosse abbandonato alla totale incuria e indifferenza, un tesoro del genere abbandonato così.. Ma d’altronde noi siamo professionisti in questo, addirittura Ecolandia ad Arghilla, estrema periferia cittadina, lo hanno abbandonato dopo che l’amministrazione comunale precedente l’aveva restrutturato per farne qualcosa di bello ed utile a tutta la città.
La spiaggia di Ponticello, a nord di Cannitello, si è notevolmente ridotta portando la battiggia a pochi metri dalle case che 40anni fa furono costruite abusivamente e poi condonate. Adesso di spiaggia ce n’è pochissima dunque è stato provato un ripascimento delle spiaggie che è fallito, ma nessuno controlla…
Cio che è pubblico non è di nessuno e nessuno se ne cura! Così si conclude questo articolo sui lavori bloccati senza precisi motivi del porticciolo turistico di cannitello. Proprio a due passi dal pilone futuro. Ma voi ci pensate? Un porticciolo che doveva essere finito nel 2006 è ancora in alto mare, un ponte del genere quanto tempo potrebbe impiegare per essere costruito???
Come già descritto in altri articoli, anche dentro la città stiamo messi malissimo. In questo articolo si racconta con precisione come il quartiere San Cristoforo di Reggio sia in preda, ogni volta che piove forte, ad allagamenti di acqua e fango che pare siano dovuti alla scellerata realizzazione di un campo sportivo a monte del quartiere. Come al solito si realizzano opere le cui conseguenze sulla città e i suoi abitanti non vengono minimamente considerate.
Di solito gli “incorci” autostradali sono formati da 4 svincoli, 2 per ogni senso di marcia, uno per uscire dalla strada principale ed uno per entrarci. A Reggio, invece, hanno realizzato finalmente la strada che porta dalla statale 106 di fronte l’aeroporto Tito Minniti. Peccato che per chi arriva dalla città è impossibile prendere questa nuova arteria cittadina. Sono stati anche smontati i cartelli che ne indicavano la presenza perchè, inspiegabilmente, lo svincolo di uscita dalla 106 non è stato realizzato nella direzione città-aeroporto. Insomma hanno costruito un incrocio con 3 svincoli invece che con quattro. Dei geniali visionari futuristi delle opere pubbliche!!!
Lo scorso dicembre, ricorderete tutti, i Tg e i giornali hanno fatto a gara a raccontare i possibili disastri e le quasi certe distruzioni causate da un possibile straripamento del fiume Tevere a Roma. Così, mentre l’altro fiume della capitale, l’Aniene, faceva i suoi bei danni, tutte le attenzioni erano rivolte al grande Tevere che si è dimostrato molto magnanimo proprio mentre in tutta la costa jonica reggina il mare e il maltempo distruggevano lungomare, porticcioli, ferrovie e altre costruzioni umane di cui nessun media nazionale si è mai interessato. Come sempre d’altronde. A Bova Marina per esempio la distruzione è stata raccontata esclusivamente via Facebook tramite foto e video eloquenti e di forte carattere informativo. Ma si può tranquillamente dire che a livello nazionale, se vengono distrutti senza clamore mediatico intere fasce costiere, non frega niente a nessuno. Se a Roma ci si rischia di bagnare i calzini invece…
Che ve lo dico affare. Lo sappiamo tutti qual è la condizione occupazionale reggina e calabrese. Molto spesso le istituzioni locali provano a fare qualcosa tramite concorsi pubblici. Se questi, prima, venivano monopolizzati dagli amici degli amici, adesso che si prova a farli con un minimo di regola, vanno in malora e non portano nessun risultato occupazionale concreto. Cambiando l’ordine dei fattori, purtroppo, le pance piene rimangono sempre le stesse…
Ci sarebbe molto altro di cui scrivere e parlare. Nel nostro anno abbondante di vita non ci siamo mai stancati di criticare, ma anche di proporre e di elogiare dove fosse possibile, la realtà che caratterizza la nostra città e la sua gente. Ma innumerevoli sono i disagi, le pecche e le difficoltà di un territorio ai margini della civiltà italica sebbene ne sia una delle culle storiche più importanti e longeve.
Prima dello spazio che ci circonda dovrebbe essere la testa di noi abitanti del luogo ad essere bonificata e depurata. Ne abbiamo parlato tante volte nelle nostre pagine. Magari più avanti si potranno raccogliere anche i post di critica culturale nei confronti dei reggini (e limitrofi) anche se questo non ha un apparente ed evidente legame con la questione del Ponte sullo Stretto ritengo che la mentalità della gente del posto sia il terreno fertile su cui si possono coltivare ed erigere furti e truffe come quella del Ponte!
Per maggiori informazioni consultate il sito/blog della Rete NoPonte
















