{"id":291,"date":"2011-07-22T12:50:36","date_gmt":"2011-07-22T10:50:36","guid":{"rendered":"http:\/\/collettivounirc.noblogs.org\/?p=291"},"modified":"2011-07-22T12:50:36","modified_gmt":"2011-07-22T10:50:36","slug":"la-borghesia-dei-rifiuti-il-volto-nascosto-della-daneco-seconda-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/collettivounirc.noblogs.org\/?p=291","title":{"rendered":"La borghesia dei rifiuti: il volto nascosto della DANECO seconda parte"},"content":{"rendered":"<h2><\/h2>\n<div>\n<p><strong>Milioni di euro di appalti in tutta Italia (l\u2019ultimo pari a quasi 300 milioni di euro per il termovalorizzatore di Salerno).<\/strong> E numerose societ\u00e0 del gruppo\u00a0<strong>Daneco-Unendo della famiglia Colucci<\/strong> finite sotto inchiesta: l\u2019ultima indagine, scoppiata proprio nelle scorse settimane, riguarda la bonifica della Sisas di Pioltello, in provincia di Milano. Eppure, fino a marzo del 2011, Pietro Colucci occupava la poltrona di presidente dell\u2019associazione delle imprese ambientali di Confindustria. \u00abSono presidente di<strong>Assoambiente<\/strong> \u2013 dichiara in un\u2019intervista nel novembre 2010 \u2013 e mi vanto di essere uno che ha lavorato in un settore complicato come quello dei rifiuti senza essere stato mai condannato. Mai. Anche se sono stato indagato tante volte\u00bb. Un imprenditore talmente integro da presentare in tutt\u2019Italia il suo nuovo libro Vento a favore, scritto con l\u2019ex ministro dell\u2019Ambiente\u00a0<strong>Edo Ronchi<\/strong>, alla presenza di politici del calibro di Gianni Alemanno ed Enrico Letta. Nel testo l\u2019ex presidente di Assoambiente, viene descritto come un uomo dal \u00abriconosciuto \u201cpedigree\u201d imprenditoriale per l\u2019intensa attivit\u00e0 svolta nel settore della gestione dei rifiuti e della produzione di energia da fonti rinnovabili. A soli 22 anni era gi\u00e0 alla guida dell\u2019azienda di famiglia. Oggi \u00e8 presidente e amministratore delegato di\u00a0<strong>Kinexia<\/strong>, una societ\u00e0 quotata in Borsa, attiva nel settore della produzione di elettricit\u00e0 da fonti rinnovabili. \u00c8 anche presidente di\u00a0<strong>Waste Italia<\/strong>, l\u2019azienda che opera nel settore della gestione dei rifiuti, nata dall\u2019acquisizione, nel 2000, della divisione italiana del colosso statunitense Waste Management\u00bb.<\/p>\n<p>Eppure anche a Pietro Colucci, in passato, \u00e8 capitato di frequentare cattive compagnie. Nel luglio del 2008 il pentito di ecomafia\u00a0<strong>Gaetano Vassallo<\/strong>, che per anni ha gestito il traffico di rifiuti per conto del clan Bidognetti, racconta agli inquirenti di aver frequentato i cugini Pietro e Francesco Colucci nel periodo d\u2019oro del traffico di rifiuti tossici nelle discariche di Giugliano: \u00abRicordo che i germani Pietro e Franco Colucci unitamente al loro cugino Francesco Colucci della Cogest utilizzavano la cocaina, spesso l\u2019abbiamo tirata insieme nei loro uffici\u00bb. E ancora, Vassallo ricorda che nelle discariche di Giugliano \u00abla ditta Colucci Appalti s.p.a. ha scaricato negli anni 1988-1992, rifiuti speciali e urbani\u00bb insieme alla Ecogest di Francesco Colucci. Dichiarazioni tutte da verificare, ovviamente. Anche se Vassallo \u00e8 ritenuto dagli inquirenti una delle principali fonti di informazioni sugli affari legati ai rifiuti negli anni Novanta. In quegli anni, d\u2019altronde, era difficile non avere a che fare con la criminalit\u00e0. Le societ\u00e0 dei Colucci erano taglieggiate dagli uomini del clan<strong>La Torre<\/strong>. Per un periodo pagarono \u00abuna tangente\u00bb, poi decisero di denunciare tutto, contribuendo con la loro testimonianza a 12 condanne, commutate nel 2010 dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. In quegli anni i Colucci vincevano gli appalti per la raccolta dei rifiuti a Napoli insieme alla famiglia La Marca, di Ottaviano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019emergenza di vent\u2019anni fa<\/strong><\/p>\n<p><strong>Anno 1990. Napoli \u00e8 invasa dai sacchetti di immondizia e il Comune sventola bandiera bianca. Saranno i privati a gestire la raccolta dei rifiuti, un affare da 350 miliardi di lire. Tra le ditte che iniziano la raccolta a Napoli c\u2019\u00e8 la Nuova Spra Ambiente,<\/strong> controllata fino al 1997 per il 49 per cento da membri della famiglia La Marca di Ottaviano. Nella compagine societaria figura Domenico La Marca, tra i titolari della discarica di Pianura che in quegli anni ingurgit\u00f2 circa 40 milioni di metri cubi di rifiuti indifferenziati e scorie tossiche provenienti dal Nord (fatti su cui indaga per disastro ambientale il pm Stefania Buda). L\u2019altro 51 per cento della Nuova Spra \u00e8 controllato dalla<strong>Ercole Marelli<\/strong> dei cugini Pietro e Francesco Colucci. Nel 2000 il Comune di Napoli revoca alla societ\u00e0 l\u2019appalto per la raccolta dei rifiuti e, tra le proteste di Alleanza nazionale (che all\u2019epoca, riceveva dai Colucci cospicui finanziamenti), e ricorsi al Tar, viene emanato un nuovo bando di gara per affidare la pulizia dei quartieri gestiti dalla Spra. Ma nessuno si presenta nonostante il valore cospicuo dell\u2019appalto. \u00abAncora una volta una gara va deserta \u2013 commentava nel 2000 l\u2019assessore alla nettezza urbana\u00a0<strong>Massimo Paolucci<\/strong> \u2013 ma siamo in grado di non sottostare a tranelli\u00bb. Alcuni anni dopo la societ\u00e0 Nuova Spra, controllata dai Colucci attraverso la Ercole Marelli, verr\u00e0 colpita da interdittiva antimafia per collegamenti con il clan Fabbrocino.<\/p>\n<p><strong>Nel reticolo di societ\u00e0 che negli anni \u201890 si occupavano di raccolta e gestione dei rifiuti in Italia \u00e8 difficile orientarsi: ci prov\u00f2 nel 2000 la Commissione parlamentare d\u2019inchiesta sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia, individuando una sorta di \u00aboligopolio tendente al monopolio\u00bb gestito da alcune famiglie: Cerroni, La Marca, Di Francia, Pisante, Fabiani e Colucci. Uomini che, a distanza di anni, continuano a condividere gli affari.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Quei noli ai Casalesi<\/strong><\/p>\n<p>\u00ab<strong>Inadempimenti coperti da una serie di false prospettazioni della realt\u00e0 del servizio espletato\u00bb; una \u00abspecifica strategia sociale e negoziale che costringeva il Cmune a rispondere a interventi costante- mente emergenziali, con ricorsi a noli e subappalti\u00bb. <\/strong>Cos\u00ec scrive nel febbraio 2011 il gip Tiziana Coccoluto, rispondendo positivamente alla richiesta del\u00a0<strong>pm Giuseppe Miliano<\/strong> di mettere sotto sequestro le quote della Terracina Ambiente, societ\u00e0 controllata dal gruppo Unendo della famiglia Colucci. Di Latina gli imprenditori dei rifiuti volevano fare un proprio feudo. Controllo diretto delle societ\u00e0 di smaltimento dei rifiuti, conquistate a\u00a0<strong>Latina e Terracina<\/strong> grazie ai buoni rapporti con la politica locale, quella degli ex An (i due ex sindaci delle cittadine Antonio Zaccheo e Stefano Nardi erano d\u2019altronde cognati). Gestione di una grande discarica, quella di\u00a0<strong>Borgo Montello (dove si sospetta la presenza di numerosi fusti tossici provenienti dalla nave dei veleni Zanoobia<\/strong>) insieme ai Cerroni (proprietari della megadiscarica romana di Malagrotta), e a\u00a0<strong>Giuseppe Grossi<\/strong>, l\u2019imprendiore delle bonifiche condannato per la vicenda di Santa Giulia a Milano. E poi l\u2019ingresso con una piccola quota nell\u2019affare di Acqualatina insieme alla multinazionale francese Veolia e al vecchio socio\u00a0<strong>Ottavio Pisante<\/strong>, i cui rapporti coi Colucci sono fotografati gi\u00e0 nel 2000 dalla commissione Scalia.\u00a0<strong>Obiettivo: espandersi in tutta la provincia. Finisce male. Ambedue le societ\u00e0 di rifiuti sono sotto indagine da parte dei magistrati. Le quote della Terracina ambiente vengono sequestrate e la societ\u00e0 finisce in amministrazione controllata.<\/strong> A Latina il nuovo sindaco Giovanni Di Giorgi ha deciso di riprendere sotto il suo controllo la gestione della Tia, la tassa sui rifiuti. \u00abAbbiamo tagliato di 2,6 milioni di euro i compensi alla societ\u00e0, vogliamo modificare il bilancio, riprendere sotto controllo il conferimento dei rifiuti in discarica, far partire la raccolta porta a porta\u00bb, annuncia il primo cittadino a left. \u00abAltrimenti \u2013 minaccia \u2013 siamo pronti a rimettere in gara il servizio\u00bb. L\u2019amministratore delegato della societ\u00e0, indicato dal socio privato, cio\u00e8 dalla Unendo, \u00e8 Valerio Bertucelli, ex amministratore anche di Terracina ambiente, attualmente indagato per truffa. Toscano, vicino al ministro Matteoli, di sicura fede aennina, Bertucelli gestiva fino al 2007 per conto dei Colucci anche la Ersu di Viareggio (per la sua amministrazione \u00e8 stato accusato di peculato). Secondo le inchieste di Pierfederico Pernarella di Latina Oggi i Colucci, per espandersi in provincia, avrebbero acquisito il controllo della Terracina ambiente a un prezzo troppo basso: per poi rivalersi verso il Comune al fine di colmare i buchi finanziari e le carenze nel servizio.<\/p>\n<p><strong>Sotto le lenti dei pm di Latina \u00e8 finita anche l\u2019assegnazione di subappalti a imprese poco chiare<\/strong>: \u00abTra i soggetti beneficiari di tali affidamenti \u2013 \u00e8 scritto nell\u2019ordinanza di sequestro delle quote della Terracina ambiente \u2013 compaiono imprese e imprenditori da tempo privi dei certificati antimafia e gi\u00e0 interessati da provvedimenti di diverse autorit\u00e0 giudiziarie\u00bb. In particolare la Terracina ambiente, secondo le indagini condotte dai carabinieri, avrebbero noleggiato 5 autocompattatori sin dal 2007 da una societ\u00e0 di nome\u00a0<strong>Green Line. L\u2019impresa, di propriet\u00e0 di Pietro Natale e Annamaria Cecori, entrambi residenti a Casal di Principe (Caserta) \u00e8 stata sequestrata dalla Procura di Napoli nel luglio del 2010. I due amministratori sono arrestati nell\u2019ambito dell\u2019inchiesta Normandia, accusati di essere prestanome di Nicola Ferrario, ex consigliere regionale dell\u2019Udeur, finito anch\u2019esso in manette perch\u00e9 affiliato al clan dei Casalesi<\/strong>, in particolare ai boss Francesco e Nicola Schiavone e Antonio Iovene.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019inceneritore che piaceva alla mafia<\/strong><\/p>\n<p><strong>Una torta da sei miliardi di euro per 4 impianti di termovalorizzazione, affidati ai privati nel 2002 con una gara d\u2019appalto indetta in pieno agosto. La firma in calce \u00e8 quella dell\u2019ex governatore siciliano Tot\u00f2 Cuffaro, oggi in carcere a Rebibbia per favoreggiamento alla mafia.<\/strong> E la sua fretta di assegnare gli appalti era tale da non aver neppure il tempo di controllare i certificati antimafia delle imprese partecipanti. Tra i 4 vincitori (tutti accomunati da evidenti collegamenti societari) c\u2019\u00e8 u<strong>n\u2019Ati dal nome SicilPower a cui \u00e8 assegnata la costruzione e gestione dell\u2019inceneritore che dovr\u00e0 sorgere nella provincia di Catania. La societ\u00e0 \u00e8 controllata per l\u201984 per cento dalla Daneco dei Colucci, insieme a due soci siciliani: il primo \u00e8 l\u2019Altecoen, azienda che, secondo la Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, viene \u00absponsorizzata da Nitto Santapaola\u00bb<\/strong>, capomafia della Sicilia orientale e finisce in alcune inchieste della magistratura relative alla gestione del ciclo dei rifiuti di Messina. L\u2019Altecoen, dopo il ritiro del certificato antimafia disposto dalla prefettura di Enna nel 2005, esce dalla Sicilpower. Ma non si tratta di un grave danno, secondo una relazione della Corte dei Conti datata 2005: \u00abCon la cessione delle proprie partecipazioni (l\u2019Altecoen, ndr) ha lucrato sugli effetti positivi dell\u2019aggiudicazione delle commesse pubbliche\u00bb.\u00a0<strong>Il secondo socio di Daneco in Sicilpower \u00e8 la Db Group, con 1,2 milioni di euro di quote su 7 milioni di capitale. Azioni acquisite senza sborsare un euro. La Db Group dell\u2019imprenditore Alessandro Di Bella, ritenuto vicino al politico locale del Pdl Pino Firrarello, acquista le sue quote cedendo alla Sicilpower un terreno a Patern\u00f2 (Catania) in contrada Canizzola. Proprio quello su cui, secondo i progetti della SicilPower, dovr\u00e0 sorgere l\u2019impianto. Sul terreno, grazie a due autorizzazioni regionali, Di Bella smaltisce tonnellate di scarti tossici provenienti dagli impianti petrolchimici siciliani.<\/strong> A modo suo, per\u00f2. Secondo le denunce dei cittadini della zona, corredate da foto e video, Di Bella lascia en plein air i big bag, i sacchi bianchi contenti pericolosi scarti industriali. Secondo le memorie consegnate alla Procura della Repubblica di Palermo dal governatore siciliano Raffaele Lombardo, Di Bella mischia i rifiuti all\u2019argilla, di cui \u00e8 ricca la zona (siamo a pochi passi dal fiume Simeto, un sito d\u2019interesse paesaggistico comunitario) e li invia in un suo impianto, poco lontano, a Contrada Contrasto. Qui l\u2019argilla \u201ctossica\u201d viene utilizzata per la produzione di mattoni. Contadini, ambientalisti, associazioni riempiono di missive la Procura di Catania per bloccare lo scempio. I magistrati intervengono sequestrando il sito il 18 marzo 2008. Di Bella, per\u00f2, se la cava con poco: una multa e la promessa di bonif care la zona inquinata. L\u2019inceneritore di Patern\u00f2 stava per nascere proprio sopra una discarica illegale di rifiuti tossici. Ma non \u00e8 tutto: l\u2019appalto per il movimento terra, propedeutico all\u2019edificazione dell\u2019impianto, era stato assegnato all\u2019impresa Fratelli Basilotta spa. Il suo proprietario, Vincenzo Basilotta, \u00e8 appena stato condannato in appello a 5 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Uno dei pi\u00f9 influenti consulenti tecnici della Sicilpower, infine, \u00e8 Giovanni Barbagallo, geologo, nato a Catania nel 1949. Uomo fidato del governatore siciliano Raffaele Lombardo, dirigente dell\u2019Mpa, Barbagallo \u00e8 accusato di estorsione e viene arrestato in seguito all\u2019inchiesta Iblis della Procura catanese, la stessa che ha messo in difficolt\u00e0 il governatore siciliano per i suoi presunti rapporti con la malavita. In un interrogatorio reso ai magistrati catanesi \u2013 anticipato dal giornalista Antonio Condorelli su S Catania \u2013 Barbagallo ricorda di essere stato contattato da Lombardo per convincere i tecnici della Daneco a spostare l\u2019impianto da Patern\u00f2 alla zona industriale di Catania. \u00abNe parlai con un ingegnere della Daneco, tale Filipponi\u00bb. A meno di una omonimia si tratta di Bernardino Filipponi, amministratore delegato della Daneco impianti, gi\u00e0 sotto inchiesta a Milano e Benevento.<\/p>\n<p><strong>Lo sbarco della Daneco in Sicilia fallisce: la giunta Lombardo blocca l\u2019affare degli inceneritori. Ma rimane qualche strascico. La vicenda \u00e8 da oltre un anno sotto il setaccio della Procura di Palermo, che ha ricevuto anche un fascicolo aperto a Catania sull\u2019aumento di valore dei terreni di di Bella a contrada Cannizzola.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Carte false<\/strong><\/p>\n<p><strong>A leggere le carte sarebbe dovuta essere una discarica modello. Tutto in regola, permessi, relazioni idrogeologiche, vincoli. Solo che le carte non rispecchiavano la realt\u00e0. \u00c8 quanto sostiene la Procura di Lamezia Terme sulla discarica di Pianopoli, in Calabria<\/strong>, autorizzata nel 2004 grazie a un\u2019ordinanza (n. 2873) dell\u2019allora commissario per l\u2019emergenza rifiuti in Calabria Giuseppe Chiaravalloti, ex presidente della Regione.\u00a0<strong>A ricevere il permesso per realizzare e gestire l\u2019invaso per rifiuti speciali non pericolosi \u00e8 la societ\u00e0 Eco Inerti di Vercelli, che trova tutte le porte aperte<\/strong>: l\u2019area ha un vincolo idrogeologico che viene superato con un nulla-osta del Corpo forestale, concesso in sole 48 ore di burocrazia efficientissima. Cos\u00ec come \u00e8 superata la relazione idrogeologica del 1987, allegata al Piano regolatore del Comune, che descriveva la zona talmente instabile da \u00absconsigliare l\u2019edificazione\u00bb. Poco dopo aver ricevuto l\u2019autorizzazione per l\u2019inizio dei lavori, il 15 gennaio del 2005, la Eco Inerti viene ceduta alla Ile srl, controllata dalla Daneco Italimpianti. Il valore dell\u2019impresa schizza da 10mila a 3 milioni di euro.<\/p>\n<p><strong>Ma cittadini, pochi consiglieri comunali e numerose interrogazioni parlamentari mettono sotto accusa la discarica: il progetto della Eco Inerti \u00e8 ben diverso dalla realt\u00e0.<\/strong> La discarica \u00e8 circondata dall\u2019acqua: oltre alle falde sotterranee, l\u00ec vicino scorre il torrente Grotte, il cui letto \u00e8 usato fino a ottobre 2010 come unica via d\u2019accesso. Al centro dell\u2019area c\u2019era addirittura un pozzo per irrigare i campi. La magistratura apre un\u2019inchiesta e nel settembre 2010 il gup rinvia a giudizio amministratori della Eco Inerti e progettisti. Secondo i pm avrebbero tratto in inganno il Comune di Pianopoli e il commissario per l\u2019emergenza \u00abprospettando una realt\u00e0 dei luoghi diversa da quella esistente\u00bb, sostenendo, cio\u00e8, \u00abche il terreno non era interessato da movimenti franosi, che sullo stesso non esistevano falde acquifere, che il terreno avesse una permeabilit\u00e0 superiore a quella effettivamente esistente e che sullo stesso non esistevano coltivazioni agricole\u00bb. Nonostante i problemi con la giustizia, nel 2008 la societ\u00e0 riceve l\u2019autorizzazione regionale per l\u2019esercizio della discarica e chiede un ulteriore ampliamento, fino a 1,3 milioni di metri cubi di capacit\u00e0. A novembre 2010, con la discarica aperta ai rifiuti urbani di 50 Comuni, arrivano le piogge e ritorna la magistratura: durante un sopralluogo i Noe e l\u2019Arpacal scoprono, tra varie irregolarit\u00e0, uno scarico abusivo di acqua mista a percolato, che rischia di inquinare il fiume Amato. Scatta il sequestro, richiesto dal pm lametino Salvatore Vitello. Alla fine di novembre la discarica \u00e8 riconsegnata alla Daneco a cui viene ordinato di rimuovere il tubo e mettere tutto in regola. Ma per la Daneco la tubatura era antecedente alla costruzione della discarica ed era stata chiusa prima del luglio 2010. Solo accidentalmente le forti piogge l\u2019avevano riaperta.\u00a0<strong>Una vicenda molto simile a quella che aveva spinto i pm di Benevento ad aprire un\u2019inchiesta su un\u2019altra discarica della Daneco, quella di Sant\u2019Arcagelo Trimonte.<\/strong><\/p>\n<p>Manuele Bonaccorsi e Anna Fava, Left n. 28 luglio 2011<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Milioni di euro di appalti in tutta Italia (l\u2019ultimo pari a quasi 300 milioni di euro per il termovalorizzatore di Salerno). 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